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Ricorso dei familiari di un recluso suicida in cella: accolto risarcimento dei danni in favore degli eredi

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Un pò di sollievo per i parenti di un giovane suicidatosi in cella, che hanno ricercato la verità davanti ai giudici. La sentenza della Cassazione ha ribaltato il verdetto della Corte d’Appello di Catanzaro.

La Corte di Cassazione con sentenza 30985/18 ha accolto il ricorso dei genitori di un detenuto che si era suicidato in carcere ritenendo che il ministero della Giustizia debba risarcire i familiari se prima del tragico evento lo stesso avesse manifestato propositi suicidi e non fu sottoposto ad alcuna visita dello psicologo ne sottoposto a vigilanza speciale o posto in regime comune.

Nella fattispecie, come riporta sportellodeidiritti, i giudici della terza sezione civile della Suprema Corte hanno preso in esame la vicenda scaturita dal ricorso dei genitori e dei fratelli di un detenuto che all’atto di esecuzione del provvedimento restrittivo della libertà personale dichiarava di volersi suicidare e, nonostante la manifestazione di queste intenzioni, non fu sottoposto ad alcuna vigilanza speciale né posto in regime comune.

Per gli ermellini che hanno accolto tutte le doglianze contenute nel ricorso, al contrario, non si può “ragionevolmente” affermare che l’amministrazione penitenziaria abbia adottato “tutte le misure idonee ad evitare l’evento, né che non sussistessero obblighi derivanti da specifiche norme giuridiche”. Il detenuto, non fu sottoposto  ad “alcuna osservazione funzionale a verificarne la capacità di affrontare adeguatamente lo stato di restrizione e ciò in quanto al momento dell’ingresso in carcere non c’erano né l’educatore né lo psicologo e questa pur decisiva circostanza non risulta oggetto di alcuna valutazione da parte della Corte territoriale”.